Materia Immaginale - 1999

Francesco Cipriano

 

“Che il rischio ti sia  chiarore”

Renè Char

Il “cammino verso il linguaggio” delle opere di Anna Crescenzi, nel  ritmo inquieto della  ricerca, ha affrontato diversi crocevia, suscitando, nelle forme materiologiche delle politecnie del suo fare sofferte tensioni espressive.

L’arte come problema è l’orizzonte sul quale ella persiste, con l’esercizio della “anamnesi profonda” che cerca di toccare l’opera originante del linguaggio. La sua tenacia “sperimentale” porta l’ardua solitudine della modificazione necessaria che in questo operare accade, ri-velata in uno spazio eterogeneo di costruita  instabilità delle forme. Ella sembra sospendere l’opera nell’oscillazione dell’immagine  tra memoria dell’origine e memoria del tramonto. In un tempo di nessuno.

Racconto delle impermanente, aperto nel compiersi dell’opera, alla risonanza di un abisso infinito, che solca le cose figurali, sorgivamente  incompiute, con frastagliati confini, come frammenti ottimali dell’essere. Lontana dall’esclusiva immediatezza oggettuale - idolatra e arrogante umanesimo del fare – l’opera cerca di mostrarsi, nell’esperienza di Anna Crescenzi, come spazio ricordante una originalità prima d’ogni origine.

Un’abolizione del tempo nel corpo della temporalizzazione stessa del linguaggio. Il non - dove che co-esiste ad ogni fare, e solo in esso ”vive”. Non come fondo dell’immagine bensì fondo nell’immagine.

Le “materie immaginali” che Crescenzi dà in opera sono fissate nel loro spazio ma contemporaneamente sembrano in transito verso altre metamorfosi. Tracce materiali che si condensano come “strati tettonici immemoriali che si muovono sotto i nostri piedi, sotto la nostra storia” (Nancy). E’ sull’insidiosa e sommossa soglia tra perdita e rinascita, che l’opera di Anna Crescenzi attende al suo formarsi un mundus imaginalis sempre nascente nella sua possibilità.

L’artista dis-pone polimorficamente la sua tèchne a cogliere, tra gli interstizi delle materie e dei segni, delle figure e dei vuoti, ciò che nel linguaggio delle forme si deposita “in silenzio”, portato nella luce radente dell’immemore memoria. Grembo originario, “vuoto” che è prima di ogni soggettività del fare ma che nelle forme del fare abita. Nella luce originaria del fondo abissale la materia è trasfigurata in immagine, la quale nella materia appare, oltre la materia si forma.

Il senso del fare di Crescenzi non è dunque un’ennesima retorica immediatezza espressiva della materia, né un semplice modellare con le materie. Piuttosto, il suo lavoro “dice” le possibilità della materia nel momento in cui ne oltrepassa la semplice presenza e la indica in una immaginalità espansiva fino ad una apertura visionaria. Visioni nascenti nelle concrezioni materico-pitturali che dialogano con straniati frammenti plastici. Sono insule di senso che s’incrociano, si richiamano, si contrastano: ramificazioni e grumi, figure umane, filamenti e aggetti di archetipi magico-simbolici del corpo. Sono paesaggi “impossibili” di impronte-rilievi del tempo - slittamenti di faglie tra storia e preistoria. Scorci di storie sotterranee deposti in un’eteroclita formazione plastico-figurale. S’intrecciano “interpretando” ambiguamente le proprietà significanti degli elementi, traslati, con-fusi o con-giunti, in un tableau di dissomiglianze e rassomiglianze che fanno lo spazio dell’opera una vertigine del senso.

Il corpo - in una deformata classicità, tangibile e fuggevole ad un tempo - sorge nella fangosa solidificazione di elementi di terra, acqua e fuoco. E’ figura infranta che si stacca sul fondo interminabile dell’oscura materia elementare, rivolta verso la superficie e fuori di essa. L’opera di Anna Crescenzi vive in questo sperimentale “gianico” spazio dell’immaginare.

Tra la luce oscura, in attingibile eppur reale, e il di-segnarsi immaginale della materia, la “storia” di Anna Crescenzi ha ora affrontato il rischio (“noi siamo infinitamente arrischiati” dice Rilke” di un linguaggio che manifesta anche l’altro da sé che è in sé, il fondo irraggiungibile.

E’ la catastrofe necessaria per l’opera, dove agisce la potenza dell’energia spazializzante e scava le pieghe abissali del linguaggio. Viaggio interminabile nello spazio lacerato della memoria controversa, in cui è eco l’oblio, la ferita dimenticata che attraversa e costituisce l’opera come materia del dolore.