Anna Crescenzi - 2000

Cristina Tafuri

“Gli esseri umani sono accumuli di energia,

masse di acetone in forma di carne, ed è più

facile concentrare questa energia per distrug-

gere, dato che creare è così difficile visto che

richiede cervello ed immaginazione.”

 A. Burgess

Presso la Galleria “Il Ponte” di Nocera Inferiore a  novembre si è tenuta la personale della scultrice Anna Crescenzi. La mostra, scarna ed incisiva, affida proprio all’essenzialità del segno materico e a timbri cromatici spenti, nero, marrone, ocra scuro, le immagini di una umanità fossilizzata, bloccata in calchi che rendono l’idea di una creazione fermata.

Il senso della morte aleggia nelle opere della Crescenzi: lava materia, nero di carbone, fumo addensato coprono i reperti che nello scavo della sua mente l’artista ha trovato. Sono figure lacerate, dilaniate, aperte, figure di dolore, di sofferenza.

Sono racconti di anime come sembra testimoniare l’opera “Il lungo viaggio”, che riflette nella materia, usata a volte nella sua “bruttura”, come in un piccolo microcosmo, le contraddizioni insanabili di un’età, ancorata da un lato ad un cieco credo materialistico e dall’altro portata all’autodistruzione brutale e violenta. Da tempo, allora, le immagini non fioriscono più da idee preconcette, ma nascono, invece, dal basso; dalla lotta tra la “materia” e il “mezzo”. Da tempo, infatti l’arte parla del quotidiano con i mezzi che la società mette a disposizione, spesso rifiuti, materiale di scarto.

Si è avvertita la sensazione di una perdita di credibilità dei grandi sistemi ideali della costruzione della forma e nello stesso tempo si è avvertito un complementare bisogno di riscoperte dei dati elementari dell’arte. Può essere, allora, la pietra nuda che Lidia Cottone ha sempre privilegiato per il suo “discorso” oppure la luce fredda nell’utilizzo della più moderna tecnologia che illumina e significa i lavori di Laura Cristinzio, o ancora materiale povero, come limatura di ferro, sabbia, che Anna Bertoldo plasma con sapienza artigianale.

Ed è proprio alla “materia”, quasi nel suo dato primigenio che la Crescenzi lega il suo pensiero. E in questa manipolazione la scultrice campana sembra addentrarsi negli strati segreti della materia stessa, lì dove essa sembra comporsi per la prima volta in molecole embrionali. E’ una materia che si compone o che si decompone come nel lavoro “Il fiore rosso”.

E ancora ritorna il tema della morte.

Anna Crescenzi è nata a Sarno, ha vissuto la tragedia del suo paese, coperto dal fango di frane alluvionali, come testimoniano la serie di lavori ”Acqua piovana”, tragedia che ha sublimato in una prosa asciutta e vibrante, affidandosi completamente all’essenzialità rappresentativa del segno, la cui pregnanza è avvalorata dalla rarefazione del dato coloristico. Tragedia espressa anche dalla fissità di piccoli volti che accompagnano alcuni suoi lavori (nelle prime opere l’immagine umana era di grandi dimensioni), ma si sa che da tempo l’uomo non “entra” nell’immaginario artistico, e se si presenta è come feticcio o robot, controllato a distanza da un indice di consumatori. Volti, allora, che diventano maschere tragiche, senza urli né gemiti, immagini di trattenuto dolore.

Questa fissità rende antica la sofferenza, già lontana dalla memoria quella tragedia, quelle tante tragedie che si abbattono su una umanità sconfitta. Quell’umanità dimezzata, rappresa in calchi sembra dire la Crescenzi, è “meno nobile” della vita fermata a Pompei o Ercolano.