Materie in metamorfosi - 2005

Ada Patrizia Fiorillo

 

Tra le pagine che la critica ha dedicato all’esperienza creativa di Anna Crescenzi, diverse concentrano l’attenzione sul tema del dolore, prioritariamente desunto dall’immagine che, per uno scultore sostanzialmente legato al valore della figura, resta ancora la forma nel suo configurarsi plastico. Che non sia aspetto del tutto estraneo al suo lavoro, avendo segnato alcuni momenti della sua vita per talune tragiche circostanze, è da tenere in considerazione, anche se di primo impatto, guardando alle opere degli ultimi anni, mi sembra che l’artista sia soprattutto sollecitata a ricercare un equilibrio formale come rimando ad una volontà rappresentativa che vi ingloba gli stessi contenuti. «La mia plastica – scriveva Henri Laurens a proposito del rapporto fra l’immaginario e la sintassi compositiva che lo rende palese – prima di rappresentare qualcosa, è già una realtà plastica, è, per dirla esattamente, una serie di eventi plastici, una serie di eventi della mia rappresentazione, di risposte alle esigenze figurative.

I titoli li do soltanto alla fine». È una testimonianza che, relativamente alle vicende della plastica, mi porta a considerare come la ricerca dell’artista sia senz’altro riconducibile a quella serie di esperienze che, a partire dai primi anni del XX secolo, hanno modificato il motivo su cui fondava l’opera d’arte, determinandone il carattere. Anna Crescenzi ha certamente consapevolezza della predominante simbolica assunta dalla forma ed in tale direzione ha orientato il suo dettato, aggiungendovi la potenzialità esplicativa della materia nel suo darsi in metamorfosi.  Muovendo tanto nel territorio della pittura quanto della scultura, l’artista dallo scadere degli anni novanta, ha posto al centro della sua pratica creativa la costante presenza di una traccia figurale: ha insistito ed insiste sulla manipolazione della materia, sul senso della forma e del volume, con un’evidente propensione per la scultura, giacché la bidimensionalità è consuetamente smarginata dal piano o pensata in virtù di un possibile accampamento spaziale. Si tratta il più delle volte di un corpo umano, intorno al quale ruota un universo di situazioni, sia per quanto attiene la soluzione formale dell’intera pagina compositiva nella quale tale immagine campeggia, sia per ciò che riguarda l’esito narrativo che trova negli addentellati di oggetti, di cose, di frammenti, di materie, la sua compiutezza. Importante è la scelta del materiale, un impasto di gesso, terra, pigmenti, colla che, contaminato da altri elementi, schegge di vetro, rami di alberi, steli di fiori secchi, cascami di fibre, si impone innanzitutto nella sua grevità e consistenza, aggettante dal piano o assiso nello spazio, accresciuto peraltro dall’alone di una forza oscura che gli deriva dal preminente uso del nero.

Senza dubbio Anna Crescenzi ha mutuato da suggestioni memoriali, immagini di drammatico impatto visivo, la tensione esistenziale che attraversa le sue opere. L’ha fatto senza indulgere sul motivo, col rischio di scadere nella retorica, bensì sottoponendo il dato emotivo al registro di un linguaggio che ha in sé le ragioni del suo proporsi. Vale in tal senso soffermarsi in primis sul dettato pittorico che percorre il suo esercizio, sull’insistenza di quella materia grumosa che disegna tracce, dischiudendo al visibile immagini di un repertorio archetipico, esplose come da un magma ribollente di bagliori. Alludo a quelle improvvisazioni luminose, rivoli di colore che si insinuano nelle trame tessute dal nero, in qualche modo metafora del buio, sottolineato alla luce. Si tratta pertanto di pagine che l’artista propone non d’istinto, bensì seguendo un registro mentale, una composizione tutta ideativa, incasellando e trattenendo le forme come in bacheche consegnate al flusso temporale. “Il tempo e la memoria”, è il titolo dato ad un ciclo di opere realizzate nel 2000, che vi comprende anche una serie di disegni su carta, da interpretare come due termini non distanti, entrambi sostanza del vivere e scelti dall’artista quali motivi centrali al suo lavoro.

Due aspetti riconducibili ad un unico assunto: il tempo della memoria potrebbe dirsi, o, anche, la memoria del tempo. V’è che Anna Crescenzi accavalla le situazioni, le ancora all’esigenza di ripensare alla condizione umana, avanzata quale evidenza narrativa che trascina con sé una misura dell’essere, nelle cose, nella vita, nel tempo, eternamente o caducamente connesso alla trama dei ricordi. Su tali premesse l’esperienza della scultura che lei stessa definisce «costante e naturale» nella sua attività, ha trovato una propria coerenza sia sul piano formale, della sintassi, sia su quello più specifico del linguaggio. È un percorso che si compie dalla profondità del nero, dal quale emergono le impronte dei corpi, monchi, divisi, o, meglio, feriti nella propria integrità, i ritratti dei volti dal profilo arcaico, i resti di quella natura recisa.

Un percorso in sostanza nel quale il cercare spazio a tali presenze, attraverso la linea di contorno o l’addensarsi di materia, è per l’artista acquisirle ad uno spazio reale. È, in un certo senso, sottrarle all’inganno dell’apparenza, formandole nella materia flessibile del tempo. Quest’ultimo, posto nell’accezione del divenire, assume un valore che richiama una riflessione avanzata da Focillon nel suo celebre saggio dedicato alle “forme”: «Se il tempo dell’opera d’arte fosse il tempo di tutta la storia, e se tutta la storia progredisse con lo stesso movimento, la questione non si porrebbe nemmeno; ma non è così. La storia non è una sequenza bene scandita di quadri armonici, ma, in ognuno dei suoi punti, è diversità, scambio, conflitto. L’arte vi è impegnata è poiché è azione, agisce in esso e fuori di esso».

È una lettura che contro la logica di un determinismo lineare o «monumentale» (Focillon) del tempo, ci aiuta nel contatto con l’opera di Anna Crescenzi. Supporta, soprattutto, la propensione a scorgere nelle sue composizioni una fluidità che presuppone una «sovrapposizione – suggerisce lo storico francese – di presenti largamente estesi». Trova significato in tale misura la scelta da parte dell’artista di acquisire quale nodo tematico della propria ricerca, l’uomo inteso nel concetto più ampio di umanità, fenomenologicamente ravvisabile in quei frammenti di corpi, nei segni di natura, nel sotteso dialogo che universalmente li contiene. Un’umanità restituita col carico di una tensione che è inquietudine, straniamento, anche dolore, non privo pertanto di un respiro poetico, di una sostanza immaginativa che trova significativa espressione nell’esercizio della plastica. Un esercizio che l’artista fa vivere in stretto rapporto con la materia, assunta nelle qualità intrinseche che essa possiede ed, al tempo stesso, inseguendo una volontà rappresentativa che supera il contingente. È così per quelle figure modellate da un impasto di terre, gesso ed altri elementi, calchi di matrice fangosa, acquisiti, in una – dice bene Franco Cipriano - «deformata classicità» che crea un nuovo ordine visivo. Di appartenenza temporale col richiamo cioè a contesti più ampi, ma anche naturale, giacché quelle forme, sorte dalla natura, vivono nell’evidente trasformazione delle materie dell’arte. Calzano in tal senso ad esempi, opere come Danza, Letti di sabbia, Vuoto tutte del 2000, Tasselli d’acqua, una grande ambientazione del 2001, In bilico del 2002 fino ad arrivare aglii sviluppi del 2004-’05 tra i quali Teche dove i contenitori di memoria svettano su alti trampoli dal precario equilibrio e L’albero nero dove l’artista rilancia con più pregnanza il dialogo tra superficie e spazio. È una sequenza di opere che, nell’arco temporale dell’ultimo quinquennio, stabilisce il principio dell’interrelazione sul quale fonda il lavoro di Anna Crescenzi, sospeso tra dentro e fuori di uno spazio immaginato e costruito dalla vita, nel gioco delle contaminazioni tra materie adoperate.

Un espediente quest’ultimo che non è solo slittamento narrativo, come per le ossa che ritmano inquietantemente l’equilibrio di un corpo danzante o i vetri che scheggiano ferite già imposte dalla ribellione di un sistema naturale, quanto volontà di forma nell’uso consapevole di una materia in metamorfosi. Nel desiderio di comunicare, l’artista muove con facilità dai volumi fangosamente induriti dall’onda di un tempo caduco, alla fermezza più assertiva di una materia durevole come il bronzo, fino al vuoto modellabile di quelle lamiere concave, come absidi disposte ad accogliere simboliche liturgie. Sono materie date quali emergenze di un racconto che vive nella struttura mutevole del tempo. In sostanza è una plastica interpretata sull’idea di quella metamorfosi per la quale la forma «va – citando ancora Focillon – perpetuamente dalla sua necessità alla sua libertà».