I colori del nero - 2005

Enzo Di Grazia

 

La formazione di base di un artista si fonda sempre sul supporto di una cultura materna che costituisce la componente primaria del suo linguaggio; le stratificazioni successive - dalla cultura scolastica all’informazione “di strada”, dai contatti diretti coi documenti della storia alle notizie  desunte da ogni fonte possibile - quasi mai cancellano il substrato primario di questo patrimonio; quasi sempre però lo modificano e lo rendono “altro” calandolo in dimensioni diverse, arricchendolo di elementi eterogenei fino a costituire quella cifra personale che fa “lo stile” individuale.

Un uomo infatti è come un albero: le radici profondamente penetrate nella terra di origine gli consegnano, come linfa, un patrimonio culturale atavico e decisamente connotativo; il tronco esposto ai venti della storia e dell’attualità assorbe ulteriori e sempre più vasti contributi di conoscenze che si ampliano, a mano a mano che il suo orizzonte si allarga e gli strumenti conoscitivi sì perfezionano; infine, una capacità di autonoma elaborazione gli consente di costruire la sua specifica personalità.

A maggior ragione, un artista costruisce la sua cultura sulla base del patrimonio che gli deriva dalla sua dislocazione storica e geografica filtrata attraverso la particolare sensibilità che lo porta ad utilizzare la creatività come strumento di comunicazione; e a farsi protagonista di ipotesi, e di proposte praticamente comprensibili a tutti.

Dal patrimonio culturale collettivo che assimila direttamente nella terra dove è nato provengono primi, incancellabili elementi della personalità umana ed artistica: quella che si definisce generalmente “cultura materna” (vale a dire l’insieme di idioma, miti, costumi, riti ed abitudini tramandati per secolare conoscenza e costituitisi come genius loci collettivo) è e resta la base inalienabile della sua formazione, quella somma di caratteri che si riconoscono anche nell’attività matura e che la sovrapposizione di conoscenze più vaste ed articolate riesce forse a ridurre a motivo fondamentale ma non annulla e non vanifica.

Immediatamente dopo, però, lungo tutto l’arco della sua esistenza, assume dati, esperienze e formule culturali che gli derivano da ogni dove, innanzitutto dal territorio circostante (al di là dei limiti artificiali dei confini politici e amministrativi) ma più e in generale da eventi lontanissimi nel tempo, nello spazio e nelle convinzioni: come il tronco dell’albero assume dall’aria in cui è immerso tutto quello che gli viene portato (dal pulviscolo atmosferico alle piogge, dal vento alla luce del sole) così la cultura dell’artista - continuamente bombardata da informazioni che vengono dagli studi, dai viaggi, dagli incontri, dagli scambi o addirittura semplicemente dalle sue meditazioni - si arricchisce di un ventaglio sempre più vasto di conoscenze che agiscono sul patrimonio di base per rafforzano, arricchirlo, confermarlo o anche per metterlo in discussione, ripensano o negano.

Nel caso di Anna Crescenzi, risulta facilmente evidente che la radice della sua cultura è un rapporto quasi viscerale con la realtà del territorio di origine, con le sue architetture primitive e le murature scalfite dal tempo e dalle vicende della storia, con la sua originale ricchezza minerale e vegetale e con gli stravolgimenti che l’uomo ha portato all’assetto naturale.

Da una terra storicamente esposta a tutte le possibili violenze (tanto proprie della natura e de suoi fenomeni quanto provocate da complesse vicende storiche) nasce l’approccio primo e quasi istintivo con i linguaggi dell’arte: tanto nella scultura come nella pittura e nel disegno, l’impianto generale è quello di una materia quasi aggredita per piegarla alla resa desiderata, sia che si tratti di plasmare la creta, lasciandole quasi intatti le granulosità e gli spigoli acuminati, sia che si tratti di occupare lo spazio - della tela come del foglio - con un segno automatico marcato ed incisivo, sia anche si tratti di impiantare un’installazione in cui i materiali prodotti in studio si collocano nello spazio insieme ad oggetti tratti dalla realtà riarsa del territorio.

Accanto, si identifica immediatamente l’altro elemento di cultura - questa, acquisita nel tempo - che è la riflessione sull’uomo e sulla sua condizione di dolore, ma più ancora su una condizione della donna ancora in lotta, su alcuni temi dove la civiltà è giunta con alcune conquiste fondamentali o su un terreno totalmente aperto, come nei paesi dove la subalternità la schiavitù o l’annullamento sono dati quotidiani.

Nascono da qui i soggetti preferiti, i corpi divisi e straziati, i frammenti di umanità dispersi, le strutture al limite della decifrabilità di ambienti, creature e forme.

Anche sul piano formale, l’incidenza della “griglia culturale” materna e scolastica è praticamente imprescindibile, vista la notevole  capacità di rimanere fedele ad una resa neorealistica delle cose senza per questo perdere di vista la possibilità dell’elaborazione astratta, in funzione piuttosto di un sentimento vitale che di una necessità formale, liberandosi delle scorie del verismo senza scivolare nella sensualità della forma per sé.

Da un lato, infatti, ci le suggestioni di una realtà sociale fatta di visi e di corpi riarsi dal sole e marcati e dal lavoro dei campi in un ambiente anch’esso segnato, innanzitutto, da una durezza della terra e da una perenne incertezza di stabilità e di futuro e, immediatamente accanto, dalle tracce di una storia che sulle facciate, sulle strutture architettoniche e urbanistiche. Di fronte a questo habitat, non è facile sottrarsi alla malia di un  neorealismo che ha dato storicamente così grandi prove; ma, su di esso, si cala una partecipazione alla cultura che sposta inesorabilmente verso la reinvenzione in termini ai astrazione e, poco più oltre, il personale gusto di manipolare sensualmente la materia ed affidarsi alle sue naturale movenze.

Ne nasce un linguaggio ricco di evocazioni e di riferimenti, ma al tempo stesso autonomo e definito, personale e inconfondibile.

Su tutta, domina il non - colore del nero che si arricchisce, quasi meravigliosamente, di effetti tonali e gamme cromatiche impreviste, quasi che dal nero come sommatoria di colori potessero emergere, per sottili imprevedibili crepe, tutte le cromie possibili.

Ed anche questa scelta cromatica dipende quasi interamente dalla natura mai doma che si osserva intorno e che dalla natura vulcanica è stata connotata nei secoli con la durezza del basalto; ma si lega anche ad una diffusa tradizione, specialmente nelle ultime generazioni di artisti, che porta a “sfidare” il nero per ricavarne impensabili emozioni di trasparenze, di vibrazioni, di cromie.

Ne risulta uno stile personale ricco di richiami ancestrali e di riferimenti colti che trova la cifra principale in un umanesimo profondamente radicato che lega insieme passato, presente e futuro, storia e cronaca, invenzione e realtà sociale.